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(en français après les photos) Mi trovo a Parigi per le travacances come si dice qui con un neologismo francofono che indica il lavorare in una modalità ‘vacanziera’. Sono a casa mia, in una città che in estate offre attività stagionali – anche se piove a dirotto – (Paris plage, bagnade en Seine...) oltre alle mille opportunità culturali e artistiche ‘ordinarie’ cosicché, dopo una giornata di scrittura e altre incombenze familiari e casalinghe, approfitto di cinema, teatri, musei, parchi e altri eventi.
Tra le mie scelte prioritarie di attività c’era la visita alla mostra “Artemisia, héroïne de l’art“, esposta fino al 3 agosto al Musée Jacquemart-Andrée e curata da Patrizia Cavazzini, Maria Cristina Terzaghi e Pierre Curie. Una bella occasione per ammirare diverse opere dell’artista in un contesto speciale come quello della ex casa della coppia di mecenati e banchieri Jacquemart e Andrée adibita a museo cittadino, sul boulevard Haussmann. E’ anche l’occasione di ri/scoprire il personaggio, prima donna pittrice del passato a gestire una sua impresa.
Per immergerci ancor più nella vita di Artemisia (Roma 1593-Napoli 1656?) decidiamo, con la mia amica Teonilla, di rivedere il film di Agnès Merlet del 1997 incentrato sulla vicenda personale dello stupro subito dalla giovane diciassettenne da parte del collega del padre, il pittore Agostino Tassi. Il fatto storico della violenza, avvenuta a Roma nel 1611, è documentato nei registri del Tribunale di Roma presso il quale il padre, il pittore Orazio Gentileschi, aveva denunciato il collega. Tassi, che da Firenze era giunto a Roma per eseguire con lui degli affreschi religiosi, aveva accettato di prendere Artemisia come allieva per poi approfittarne. Il film dà una versione romanzata della vicenda, immaginando un amore nato tra i due e non accettato dal padre. La denuncia voleva salvaguardare l’onore della figlia che Agostino Tassi aveva promesso incautamente di sposare per riparare il danno non potendo visto che aveva già una moglie a Firenze. Diverse fonti parlano di Tassi come un uomo rissoso e violento, che frequentava prostitute e viveva in modo dissoluto, protetto dal potere papale e riusciva a evitare di scontare le pene o di farsi condannare. Questa volta, sotto tortura, riconobbe la violenza commessa e si allontanò da Roma come fece, d’altra parte anche Artemisia.
Ricostruire la verità dei fatti è impresa ardua e comunque è importante soprattutto valorizzare il lavoro dell’artista che operava in un contesto storico nel quale alle donne era proibito frequentare l’Accademia, disegnare nudi e operare per proprio conto. Come rilevano le curatrici della mostra, pur non avendo la stessa libertà di movimento e formazione dei colleghi maschi, Artemisia ha potuto giovarsi dell’insegnamento del padre e superarlo attraverso una sua ricerca personale, audace e libera, ispirandosi anche alle opere di Caravaggio esposte a Roma, come “Giuditta e Olofene”. Questo quadro divenne il leit motif dell’opera di Artemisia che ha interpretato il soggetto dal punto di vista femminile. La Terzaghi sottolinea che si potrebbe studiare l’evoluzione della pittura dell’artista attraverso l’analisi dei suoi quadri rappresentanti Giuditta: inizialmente si può notare la forza e la determinazione di una donna che deve difendersi dalla forza fisica dell’uomo per poi passare a un’interpretazione più libera e dalla grande potenza drammatica.
Sono tante le donne che prendono spazio, spessore, importanza nelle sue opere, spesso incarnate dalla stessa Artemisia che si prendeva a modello. Si è molto rappresentata infatti, anche nuda, indice di una modernità e un’audacia particolare per l’epoca. D’altra parte alcuni suoi nudi sono stati ‘vestiti’ come la “Maddalena pentita” o l'”Allegoria dell’inclinazione” destinato alla Casa Buonarroti, alla memoria di Michelangelo e per il quale guadagnerà tre volte la paga di un collega uomo, segno del riconoscimento della sua bravura. D’altra parte, come sottolinea la Cavazzini, c’era anche un gusto dei collezionisti dell’epoca per questi soggetti: donne virtuose della storia, della mitologia e della religione (Cleopatra, Maddalena, Giuditta, Susanna) che si potessero rappresentare in modo seducente.
Artemisia è ben consapevole della sua condizione femminile e questo è evidente nei suoi dipinti come nelle sue lettere, in una di queste afferma che l’opera di una donna è sempre rimessa in dubbio finché non viene vista. Nella sua pittura si nota la forte influenza paterna: Artemisia impara a disegnare e dipingere con il padre da cui ne assorbe il realismo per poi imporre uno stile e una personalità artistica indipendente. Questo affrancarsi dallo stile di Orazio Gentiloni è stato recentemente ben rilevato grazie anche all’attribuzione di opere finora sconosciute e il riconoscimento di altre. E’ negli ultimi 20-25 anni che si è riconosciuto il percorso europeo dell’artista (Napoli, Roma, Firenza, Venezia, Francia, Londra) che si è affermata e ha lasciato opere di grande valore.
Nella sua formazione Artemisia aveva sicuramente visto e apprezzato le opere di Caravaggio nelle chiese di Roma e ne parlava con il padre che riportava descrizioni e discussioni su pittura, tecniche e stili. Artemisia, pittrice barocca, fu senz’altro ‘caravaggesca’ per l’importanza di immortalare l’istante nel raccontare la Storia oltre che al gioco di luci e ombre che padroneggiava.
La Cavazzini sottolinea che la vicenda dello strupo non impedì alla giovane, già molto talentuosa, di farsi strada nel mondo della pittura, il suo lavoro artistico era centrale nella sua vita e per la sua indipendenza economica. La partenza per Firenze, nel 1612, segna una svolta nella vita e nel lavoro di Artemisia: lì divenne una grandissima pittrice, richiestissima dalla committenza, “anarchica”, libera e anticonformista. A Firenze frequenta la corte dei Medici, i circoli letterari e diventa poeta, conosce Galileo, apprezza la musica e stabilisce contatti che saranno per lei fondamentali per vent’anni della sua vita: diventa un’artista internazionale. Madre di cinque figli di cui quattro morti in giovane età, si occuperà da sola della sua vita gestendo la sua attività; del marito, sposato l’anno dopo lo stupro, non si ha più traccia dal 1623. Torna a Roma nel 1620, poi si reca a Napoli dove trasferisce il suo atelier nel 1630; si ispira anche alla pittura francese ma interpreta tutto in modo personale e innovatore come si nota nella meravigliosa “Maddalena pentita”. I rapporti con il padre non erano sicuramente facili ma costanti come dimostra l’epistolario. Decide infatti di raggiungere a Londra il suo vecchio padre allìopera per aiutarlo nell’impresa di dipingere il soffitto della Queen’s House.

Le donne pittrici dell’epoca erano relegate alla pittura di nature morte o ritratti. Fin dall’inizio Artemisia però mostra il suo talento e l’ambizione di superare questi limiti con la pittura della storia, considerata più nobile, nella quale integra le sue eccellenti capacità ritrattistiche. Riesce a rendere la personalità dei modelli con un’accuratezza dei dettagli e una capacità di coglierne la psicologia. Nel XVII secolo c’erano altre donne pittrici in Italia, e Artemisia ne ha potuto senz’altro incontrare qualcuna come Diana di Rosa a Napoli e Lavinia Fontana a Roma; ma c’erano anche a Sofonisba Anguissola o Maddalena Caccia. Nessuna però come Artemisia è riuscita a vivere il suo essere pittrice in chiave moderna, dirigere una bottega dando impiego a diversi artisti, guadagnarsi la vita con la pittura e mantenere la famiglia con il suo lavoro.
Bella man, che pennello e penna insieme/Si ben’ adopri a fare altrui immortale (sonetto di Petro della Valle)
“Je vais cesser de voous importuner avec mes bavardages féminins, mais ce seront mes ouevres qui parleront pour moi” (lettre d’Artemisia Gentileschi à Don Antonio Ruffo, 13 mars 1649)
P.








Je suis à Paris pour des « travacances » comme on dit ici avec un néologisme pour travailler en mode « vacances ». Je suis chez moi, dans une ville qui, en été, offre des activités saisonnières – même s’il pleut des cordes – (Paris plage, bagnade en Seine…) en plus des milliers d’opportunités culturelles et artistiques « ordinaires » de sorte qu’après une journée d’écriture et d’autres tâches familiales et ménagères, je profite des cinémas, des théâtres, des musées, des parcs et d’autres événements.
Parmi mes choix d’activités prioritaires, j’ai visité l’exposition « Artemisia, héroïne de l’art », présentée jusqu’au 3 août au Musée Jacquemart-Andrée et organisée par Patrizia Cavazzini, Maria Cristina Terzaghi et Pierre Curie. C’est une belle occasion d’admirer plusieurs œuvres de l’artiste dans le cadre privilégié de l’ancienne demeure du couple de banquiers mécènes Jacquemart et Andrée transformée en musée sur le boulevard Haussmann. C’est aussi l’occasion de redécouvrir le personnage, première femme peintre de l’histoire à diriger sa propre entreprise.
Pour nous immerger encore plus dans la vie d’Artemisia (Roma 1593-Napoli 1656?), nous décidons, avec mon amie Teonilla, de revoir le film d’Agnès Merlet de 1997 centré sur l’histoire personnelle du viol subi par la jeune fille de 17 ans par le collègue de son père, le peintre Agostino Tassi.
Le fait historique de la violence, qui eut lieu à Rome en 1610, est documenté dans les archives de la Cour de Rome devant laquelle son père, le peintre Orazio Gentileschi, avait dénoncé son collègue. Tassi, venu de Florence à Rome pour peindre avec lui des fresques religieuses, avait accepté de prendre Artemisia comme élève et avait ensuite abusé d’elle. Le film donne une version romancée de l’histoire, imaginant une liaison amoureuse entre les deux qui n’aurait pas été acceptée par le père. La dénonciation était destinée à sauvegarder l’honneur de sa fille, qu’Agostino Tassi avait imprudemment promis d’épouser, ce qu’il ne pouvait pas faire puisqu’il était déjà marié à Florence. Diverses sources parlent de Tassi comme d’un homme querelleur et violent, qui fréquentait les prostituées et vivait de manière dissolue, protégé par le pouvoir papal et parvenant à éviter de purger ses peines ou d’être condamné. Cette fois, sous la torture, il reconnaît le viol et quitte Rome, tout comme Artemisia.
Reconstituer la vérité des faits est une tâche ardue mais ce qui est le plus important ici est de mettre en lumière l’œuvre de l’artiste qui a travaillé dans un contexte historique où il était interdit aux femmes de fréquenter l’Académie, de dessiner des nus et de travailler pour leur propre compte. Comme le soulignent les commissaires de l’exposition, bien qu’elle n’ait pas eu la même liberté de mouvement et de formation que ses collègues masculins, Artemisia a su tirer parti de l’enseignement de son père et le surmonter par une recherche personnelle, audacieuse et libre, inspirée également par les œuvres du Caravage exposées à Rome, telles que « Judith et Holofen ». Ce tableau est devenu le leitmotiv de l’œuvre d’Artemisia, qui a interprété le sujet d’un point de vue féminin. Terzaghi souligne que l’on peut étudier l’évolution de la peinture de l’artiste en analysant ses tableaux représentant Judith : on y voit d’abord la force et la détermination d’une femme qui doit se défendre contre la force physique d’un homme, puis on passe à une interprétation plus libre et d’une grande force dramatique.
Les sujets féminins les sujets féminins occupent une large place dans son œuvre, souvent incarnées par la même Artemisia. En effet, elle s’est beaucoup représentée, même nue, ce qui témoigne d’une modernité et d’une audace propres à l’époque. En revanche, certains de ses nus ont été « habillés », comme la « Madeleine repentante » ou l’« Allégorie de l’inclination » destinée à la Casa Buonarroti, à la mémoire de Michel-Ange, et pour laquelle elle gagne trois fois le salaire d’un collègue masculin, signe de la reconnaissance de son talent. D’autre part, comme le souligne Cavazzini, il y avait aussi un goût des collectionneurs de l’époque pour de tels sujets : des femmes vertueuses de l’histoire, de la mythologie et de la religion (Cléopâtre, Madeleine, Judith, Suzanne) qui pouvaient être représentées de manière séduisante.
Artemisia est parfaitement consciente de sa condition féminine, ce qui transparaît dans ses peintures ainsi que dans ses lettres, dont l’une affirme que le travail d’une femme est toujours remis en question tant qu’il n’a pas été vu. La forte influence paternelle est visible dans sa peinture : Artemisia apprend à dessiner et à peindre avec son père, dont elle absorbe le réalisme, avant d’imposer un style et une personnalité artistique indépendants. Cette rupture avec le style d’Orazio Gentiloni a été récemment bien détectée grâce à l’attribution d’œuvres jusqu’alors inconnues et à la reconnaissance d’autres. C’est au cours des 20-25 dernières années que la carrière européenne de l’artiste (Naples, Rome, Florence, Venise, France, Londres) a été reconnue et qu’elle a laissé des œuvres de grande valeur.
Dans sa formation, Artemisia avait certainement vu et apprécié les œuvres du Caravage dans les églises de Rome et en parlait avec son père, qui rapportait des descriptions et des discussions sur la peinture, les techniques et les styles. Artemisia, peintre baroque, était sans doute « caravagesque » pour l’importance de l’immortalisation de l’instant dans le récit ainsi que pour les jeux d’ombre et de lumière qu’elle maîtrisait.
Cavazzini souligne que l’affaire du strupo n’a pas empêché la jeune femme, déjà très talentueuse, de se frayer un chemin dans le monde de la peinture ; son travail artistique était au cœur de sa vie et de son indépendance économique. Son départ pour Florence en 1612 marque un tournant dans la vie et l’œuvre d’Artemisia : elle y devient une grande peintre, très sollicitée par les mécènes, « anarchique », libre et anticonformiste. À Florence, elle fréquente la cour des Médicis, les cercles littéraires et devient poète, rencontre Galilée, apprécie la musique et noue des contacts qui seront fondamentaux pour elle pendant vingt ans de sa vie : elle devient une artiste internationale. Mère de cinq enfants, dont quatre meurent en bas âge, elle s’occupe seule de ses affaires ; de son mari, il fiorentino Pierantonio Stiattesi, épousé l’année suivant son viol, il n’y a aucune trace à partir de 1623. Elle retourne à Rome en 1620, puis se rend à Naples où elle installe son atelier en 1630. Elle s’inspire également de la peinture française mais interprète le tout de manière personnelle et novatrice comme en témoigne la merveilleuse « Maddalena pentita » (Madeleine repentie). Ses relations avec son père ne furent certes pas faciles mais constantes comme le montre sa correspondance. En effet, il décide de rejoindre son vieux père au travail à Londres pour l’aider à peindre le plafond de la Maison de la Reine.
Les femmes peintres de l’époque étaient reléguées à la peinture de natures mortes ou de portraits. Dès le début, cependant, Artemisia a montré son talent et son ambition de dépasser ces limites avec la peinture d’histoire, considérée comme plus noble, à laquelle elle a intégré ses excellentes compétences de portraitiste. Elle réussit à rendre la personnalité de ses modèles avec une précision des détails et une grancde capacité à saisir leur psychologie. Au XVIIe siècle, il y avait d’autres femmes peintres en Italie, et Artemisia a certainement pu rencontrer certaines d’entre elles, comme Diana di Rosa à Naples et Lavinia Fontana à Rome, mais il y avait aussi Sofonisba Anguissola ou Maddalena Caccia. Cependant, aucune n’a réussi comme Artemisia à vivre sa vie de peintre de manière moderne, en dirigeant un atelier employant différents artistes, en gagnant sa vie grâce à la peinture et en faisant vivre sa famille grâce à son travail.
“Je vais cesser de voous importuner avec mes bavardages féminins, mais ce seront mes ouevres qui parleront pour moi” (lettre d’Artemisia Gentileschi à Don Antonio Ruffo, 13 mars 1649)
P.
