Il Syrah, il vino dei crociati

Un nome arabeggiante che conquista il palato.

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E’ uno dei sei vitigni più coltivati al mondo; in Francia, nella media valle del Rodano, il suo vino si chiama Hermitage rouge, nel resto del mondo Syrah o Shiraz. La prima menzione storica che ne abbiamo è del 1665, quando era già un ricercato vino di qualità che veniva contraffatto da commercianti senza scrupoli. Progressivamente la sua fama divenne internazionale e dal 1800 i viticultori stranieri cominciarono a importare la sua pianta e la coltivazione si diffuse dapprima in Australia, Sud Africa e California, per arrivare ad essere prodotto oggi in ogni continente.

Capitando un giorno in un ristorantino tra il Lazio e l’Umbria, al momento di scegliere quale vino bere, mi decisi per una bottiglia di Syrah proposta da una rinomata cantina orvietana e ne rimasi conquistato: aveva il colore di un rubino impenetrabile con riflessi purpurei, un profumo intenso, gradevole ed equilibrato, che sapeva di spezie e di frutti. In bocca era morbido e ricordava la ciliegia matura. Insomma, un vino da convertire anche l’astemio più incallito.

Avevo fatto questa scelta contraria al mio abituale sostegno alle diversità genetiche italiane, perché ero molto incuriosito dal nome arabeggiante del vino e al tempo stesso perplesso, dato che, come sanno tutti, in quella parte del mondo oggi non si producono alcolici così come non si allevano maiali. Eppure, già nel 1826 l’opinione che il Syrah fosse venuto dall’oriente per opera di alcuni monaci medievali era quella più diffusa. I santi uomini si sarebbero stabiliti sulla collina alta 320 metri che domina la cittadina di Tain, sulla riva orientale del Rodano, nella Francia meridionale. Questo è il luogo dov’è nato il nostro vino e dove mantiene ancora l’appellativo di Hermitage, ossia il vino dell’eremo. Sulla collina non si sono ritrovate vestigia di costruzioni che abbiano ospitato i religiosi, ma nei suoi 137 ettari sono presenti delle grotte naturali che, sappiamo, i più rigidi osservanti della penitenza spesso prediligevano. Quasi sulla cima c’è anche una chiesetta medievale dedicata a san Cristoforo, il santo che protegge i viaggiatori e chi li trasporta.

Nel 1843 lo scrittore e storico francese Alphonse Balleydier raccontava una storia diversa sulla nascita dell’eremo: un valoroso cavaliere, Henry Gaspard de Stérimberg, dopo aver partecipato a una crociata durata vent’anni, nei quali non c’era stata pietà né per donne né per bambini, chiese nel 1225 di essere congedato dalla milizia e ottenne dalla regina di Francia, Bianca di Castiglia, l’usufrutto di quell’altura che apparteneva all’abbazia di St-André-le-Bas della città di Vienne. Aspirando a riscattarsi praticando la penitenza in quella pacifica solitudine, il crociato avrebbe insediato il suo eremitaggio vicino alla cappella dedicata a san Cristoforo. Lì si sarebbe dedicato anche a coltivare la vite, offrendo un bicchiere di vino ai pellegrini che sostavano da lui per invocare il santo loro patrono. Dopo la sua morte, anche altri eremiti sarebbero vissuti sulla collina, curando e migliorando la vigna.

Queste storie di eremiti e crociati viticultori evidenziano con chiarezza una cosa: che il cristianesimo è una religione amica del vino, com’è normale che sia, visto che proviene dalla regione dove gli uomini del neolitico addomesticarono per la prima volta la nostra vitis vinifera, selezionando gli stessi gusti fruttati e aromatici che ancor oggi noi amiamo. Il Medio oriente conservò nel tempo il suo primato enologico e ancora nel VI secolo d.C. le città palestinesi di Gaza, Ascalona e Yamnia dominavano la produzione di vino nell’impero romano d’Oriente ed esportavano in tutto il bacino del Mediterraneo il loro vino rosso aromatico molto apprezzato e di elevato costo.

Dal VII secolo quei territori, però, divennero conquista e dominio degli arabi di religione musulmana, il cui libro sacro conteneva una condanna del vino, in termini un po’ contraddittori, a dire il vero. Infatti, mentre in alcune sure (=capitoli) il vino viene considerato un piacere tipico dei pagani, ve ne sono due nelle quali esso viene considerato una bevanda innocente. Gli esegeti del libro sacro cercano di spiegare questa contraddizione dicendo che il testo considera positivamente solo i vini dolci, a basso tenore alcolico, e quindi moralmente accettabili. Se questa interpretazione fosse giusta, il Corano conserverebbe la traccia di una linea di pensiero molto antica: infatti anche gli antichi Romani ritenevano che un vino dolce, reso leggero dalla fermentazione interrotta, fosse “inoffensivo” e quindi lo permettevano alle donne, per le quali il consumo delle bevande inebrianti era invece moralmente riprovevole. Uno di quei vini si chiamava Passum, un nome molto simile al nostro passito.

La prevalenza però delle sure di condanna determinò un progressivo crollo della produzione e della domanda di vino, in corrispondenza della crescente conversione degli abitanti di quelle regioni al nuovo culto. Dove però i contadini rimasero fedeli al cristianesimo orientale, soprattutto nelle zone più isolate e protette come le montagne del Libano, si continuò la produzione di quegli eccellenti vini rossi. L’arrivo dei crociati nella regione alla fine dell’XI secolo, insieme ai mercanti delle città marinare italiane, stimolò nuovamente la coltivazione della vite e il vino locale ridivenne un prezioso prodotto di esportazione. In particolare, il vino della città di Tiro divenne il vino più costoso del mondo. I cavalieri templari introdussero in Europa anche un altro famoso vino, il Kumandarìa, dolce e ambrato, ottenuto con un blend del rosso Mavro e del bianco Xynisteri. Proveniva dalla grande isola greca di Cipro, molto vicina alle coste siriane. Il sovrano inglese Riccardo Cuor-di-leone durante la terza crociata lo definì il re dei vini e il vino dei re, mentre in Francia i poeti paragonavano il Cypre (pronunziato Shipre) alla più luminosa stella del firmamento.

Le crociate, dunque, produssero effettivamente il consumo e l’ammirazione per i vitigni orientali, ma al tempo non sarebbe affatto convenuto ai nobili cavalieri perdere il monopolio di un commercio così lucroso permettendone l’impianto in Occidente. E come è completamente inverosimile l’ipotesi di crociati che ritornano in patria dalla terrasanta con delle piantine di vite come souvenir, distruggendo in tal modo le proprie entrate, altrettanto inattendibile appare la storia riguardante il crociato Sterimberg, dato che la guerra cui essa fa riferimento si era svolta esclusivamente in Occidente, nella Francia meridionale, per sterminare gli eretici Albigesi. Inoltre, i territori di Tain e dell’Hermitage, nel XIII secolo non appartenevano al regno di Francia, ma al Sacro Romano Impero, come tutte le terre a est del fiume Rodano e quindi i monarchi francesi non avrebbero avuto alcun titolo per assegnarvi feudi a chicchessia.

Quello che sicuramente il Medioevo produsse nella cultura fu l’associazione con l’Oriente di ogni prodotto che condividesse in qualche grado le stesse caratteristiche di grande qualità e piacevolezza. Il gusto morbido e fruttato del vino dell’Hermitage ricordava quello dei vini orientali e si usò probabilmente la radice syr del nome Syria per dare un nome alla vite che lo produceva (in arabo Suria la regione e Sur la città di Tiro). Dopo le iniziali incertezze sulle varianti grafiche: scyras, syrah, serine, syrac, sira, sirrah, serene, syra, ne sono rimaste solo due: Syrah e Shiraz, quest’ultimo è il nome usato nel mondo anglosassone, che rimanda addirittura ad un Oriente ancora più lontano: la Persia, di cui Shiraz è una città famosa.

Oggi però a tutte queste colorate leggende è stato dato un colpo di spugna: i test svolti sul dna del vitigno hanno dimostrato che esso è invece autoctono della regione alpina, è un incrocio naturale tra un vitigno rosso: il Dureza, oggi non più coltivato, ed uno bianco, la Mondeuse Blanche della Savoia, dei quali la biologia ha rivelato i geni presenti nel Syrah attuale. Le analisi rivelano inoltre che il Syrah ha un “cugino” in Italia, col quale condivide parte del dna: è il Teroldego, il grande vino rosso del Trentino, che potremo dunque usare tranquillamente con piena nostra soddisfazione al posto del vino francese, se vogliamo sostenere la nostra fragile e meravigliosa ricchezza biologica.

Francesco Quaranta

Laureato in lettere classiche, ho insegnato italiano e storia nelle scuole superiori. Ho sempre avuto interesse per la grecità medievale della mia terra natale, la Calabria e mi sono dedicato alla ricerca in questo ambito storico, cioè l'alto Medioevo, su cui ho scritto articoli e in particolare un libro: "Preti sposati nel Medioevo", Claudiana Editrice. Oggi i miei interessi si sono allargati alle origini del Cristianesimo e alla ricostruzione della tradizione alimentare italiana preottocentesca.

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