Luca Cristiano - MEZZAFACCIA

APPUNTAMENTI: Luca Cristiano

La rivista inKantata incontra, per la rubrica live Appuntamenti, lo scrittore Luca Cristiano, autore di Mezzafaccia. Una lezione di letteratura e di vita.

Lo zombie è una figura della pop culture così diffusa e così interiorizzata da entrare nel nostro linguaggio quotidiano. “Faccia da zombie”, “mi sento uno zombie”, ecc, indicano una condizione di assenza, di incoscienza, di estraneità. La figura dello zombie ha radici lontanissime non solo nel tempo, ma anche nello spazio. È passata, attraverso il colonialismo, nella cultura occidentale e si proietta, tramite gli zombie movies, perfino fra le stelle, o nel panorama della rock music. 

The Cranberries, band irlandese, scrisse infatti la famosissima Zombie nel 1994. L’anno precedente, mentre erano in un tour inglese, l’IRA fece esplodere due bombe nel centro di Warrington dove molte famiglie erano in giro per lo shopping. Ferirono 54 persone e uccisero due bambini di 3 e 12 anni. Il pezzo parla soprattutto di ciò che rimane delle madri quando l’odio toglie loro i figli e, perciò, di vite svuotate; condanna ogni forma di violenza e tutte le guerre.

Che ricordi hai legati a questa canzone? Nel 1994 pensavi già a fare lo scrittore? Gli zombie erano nel tuo immaginario? Hai mai suonato uno strumento o cantato?
No, non ho mai suonato veramente anche se ho provato ad imparare. Volevo essere bravo, ma invece di studiare di più, ho lasciato perdere e se ho cantato sono stato giustamente interrotto dai presenti. All’epoca avevo 14 anni e in quel periodo la scrittura aveva già smesso di essere diario e compito di scuola. Così ho cominciato a scrivere poesie e racconti che poi, naturalmente, ho buttato a 16 anni.

La canzone mi ricorda le persone che ambivo a essere, figure femminili perlopiù, sottili, con i capelli corti, vestite di nero che sapevano cantare e suonare e che io guardavo da lontano. Zombie dei The Cranberries è rimasta sempre in sottofondo come la campanella che ci ricordava la cattiva coscienza dell’Europa e come una forma di perturbante molto ben stilizzata. Come spesso succede alla musica, questo pezzo è diventato vendetta penetrando nelle nostre vite. Spesso concepiamo la musica come riempitivo degli spazi vuoti o indaffarati e, invece, dovrebbe prendere tutto lo spazio. Zombie ha un andamento incantato e catatonico che è arrivato con facilità a tutti noi.

Si, la voce di Dolores O’Rjordan ha avuto la capacità di portarci direttamente in Irlanda e di trasmetterci – insieme per esempio al lavoro di altre star come gli U2 o Sinead O’Connor – la realtà di un contesto e di un conflitto che probabilmente noi ragazzi del tempo non avremmo afferrato. 

Passando, però, ai film: il primo film sugli zombie è del 1932 (White Zombie). Qui la figura dello zombie è ancora legata alle sue origini culturali. La parola stessa, che significa fantasma, appartiene alla cultura e alle religioni caraibiche del voodoo. Ma, come sanno tutti, è con George Romero e La notte dei morti viventi (1968) che abbiamo il vero e proprio fenomeno di massa e gli zombie entrano letteralmente nelle case degli americani, facendosi più vicini.

Anche in Italia, con Lucio Fulci e Umberto Lenzi, c’è una tradizione cinematografica degli zombie, anzi, con Lenzi la figura dello zombie cambia volto e rappresenta le vittime delle radiazioni:  Incubo sulla città contaminata (1980), film in particolar modo venerato da Quentin Tarantino, ci mostra uomini contaminati da radiazioni che si trasformano in una sorta di cannibali assassini quasi indistruttibili.

In Mezzafaccia, nel tuo ultimo e bellissimo romanzo edito da Del Vecchio Editore, ci sono influenze cinematografiche?

 

locandina film - la notte dei morti viventi

Dopo suonare, l’altra mia ambizione non perseguita è stata scrivere film. Romero ha un influsso fondamentale sulla cultura occidentale perché fa una cosa che non è riuscita molto spesso, cioè creare un mito moderno che sfondi i piani simbolici al pari del mito antico. Per me lo zombie attualmente vale come le Erinni, Antigone, Gilgamesh. Tu, introducendomi, hai pronunciato tre parole (assenza, incoscienza, estraneità) a cui aggiungerei marginalità ed esclusione. Romero riesce a trasfigurare in chiave pop la figura politica dello zombie, di stretta osservanza rivoluzionaria, perché nei suoi film gli zombie entrano nelle case dei consumatori, poi nei supermercati, fino a diventare polimorfi: eroinomani, ad esempio, o comunque figure fortemente urbane nella marginalità di ogni città.

Luca Cristiano - MEZZAFACCIANella mia scrittura sicuramente c’è lo zombie cinematografico. Quando ho cominciato a scrivere Mezzafaccia nel 2010 ero pittore e insegnante. Poi sono diventato insegnante e scrittore sfruttando questo binomio nel senso più pratico del termine, utilizzando cioè la scuola e soprattutto i miei studenti come materiale narrativo. Estraneità e incoscienza ne fanno certo parte, come ne fanno parte la difficoltà a prendere parola, il mutismo forzato (il ringhio dello zombie è la rappresentazione migliore dell’afasia, del non poter essere compresi, ciò che Pasolini intendeva come “ciò in cui consiste la morte”), ma ho fatto due cose poco tradizionali: il primo zombie a entrare in scena scrive e attraverso la scrittura cerca, nel buio della metropolitana di Roma in cui tutti gli zombie sono confinati, di elaborare un piano rivoluzionario. Perde poi però la parola e subentrano gli altri zombie, alcuni dei quali sono rimodellati sui miei studenti. In particolare, c’è un capitolo sullo zombie Leonardo (intitolato però “Di Caprio”) perché davvero ho avuto uno studente che assomigliava al famoso attore di Hollywood e che è forse il personaggio che ho amato di più: metà del mio Leonardo però è ispirata proprio al cinema, a Ritorno dal nulla, la storia vera di Jim Carroll, un musicista e poeta eroinomane interpretato proprio da Di Caprio. Nel testo ci sono anche citazioni nascoste che chi ha visto il film può riconoscere.

L'istrice - Luca CristianoLa seconda cosa poco tradizionale che ho fatto è incrociare la figura dei miei zombie con le neurodivergenze, in particolare con l’autismo, la cui narrazione prosegue anche in un altro mio romanzo L’istrice. In L’istrice, ambientato come Mezzafaccia in un futuro distopico e popolato da personaggi oppressi, ho ricalcato le stereotipie sull’autismo: la fisicità e il lato prossemico. I miei zombie, perciò, si muovono come i ragazzi autistici. Dondolano, ripetono le parole in base al suono e non al significato, per esempio. Gli zombie, rivoluzionari e perturbanti, ci dicono cosa non funziona nella società e pongono la marginalità e l’esclusione in relazione all’autismo stesso.

Sono molto d’accordo con te. Lo zombie è un agente del caos perché porta scompiglio, disturba, spaventa. È l’Altro a spaventarci e più è diverso, più ci atterrisce. Possiamo definire lo zombie come l’emblema del Transumanesimo, cioè di quella cultura che facendo da ponte tra l’Umanesimo classico e il moderno Postumanesimo, prende la figura del mostro e la usa per rimarcare la superiorità della specie umana normotipica su tutte le altre. Identifica e mette in evidenza la paura della morte, è puro corpo, fa a meno del cervello (anche in Mezzafaccia), non parla e quindi, non avendo il potere della parola, si discosta dall’umanità.

Parliamo ora dei riferimenti letterari: da Edgar Allan Poe (“Berenice”, 1835, i racconti sulla morte), a Lovecraft (“Herbert West, Rianimatore” 1922). Quali sono i tuoi? Ricordiamo che tu hai scritto Crema di vetro. Metodo e stile nella prosa di Antonio Moresco (Transeuropa, 2017) e che sei molto vicino a Moresco stesso, il più grande autore italiano contemporaneo.

 

Lo zombie è una figura scioccante anche in quanto specchio, non solo come parametro della distanza. Il nostro corpo è parzialmente morto per tutta la vita, se pensiamo per esempio alle unghie o agli strati esterni della pelle. Il nostro corpo ha coscienza della mortalità, mentre noi la neghiamo. Lo zombie perciò ci dà la possibilità di parlare con i morti, con il passato e, pensando alla parola letteraria, anche con chi non è ancora nato.

La letteratura è un piano dell’esistenza su cui mi sono arrampicato per prendere parola, esattamente come fanno i personaggi del mio libro la cui lotta sta tutta nella fame di essere comprensibili e compresi.

Uno dei miei riferimenti principali è Bukowski, molto oltre le brutte citazioni sui social e il massacro che giustamente gli hanno riservato le femministe. Ha portato nella letteratura di consumo voci marginali in un modo che nessuno aveva adoperato, rivendicando la poesia dal basso. E poi Proust o, saltando sui generi, Stephen King che con “IT” ha fatto del clown un altro mito archetipico.

In Mezzafaccia sono citati molti altri libri sul prendere parola e sulla perdita di controllo della parola come La versione di Barney. Il linguaggio che gli zombie si guadagnano è molto poetico, per esempio, e in questo mi è stato di grande aiuto il lavoro di Amelia Rosselli sul lapsus, citato quasi in filigrana. In generale c’è l’attaccarsi al voler ricordare a memoria perché quando lo zombie protagonista prova a salvarsi la mente, lo fa cercando di ripetere a memoria i libri che ha amato. Vanni Santoni, quando ha presentato “Mezzafaccia”, mi ha chiesto cosa sarebbe rimasto dopo la mia morte e io ho risposto “i libri che ho letto” perché mi piace questa idea di continuità, di utopica coscienza letteraria.

E David Foster Wallace? 

È la mia pietra d’inciampo. Ogni cosa scritta da Wallace è un atto d’amore verso la realtà. Da qui, dal suo attaccamento alla realtà, caritatevole e passionale pur ammettendone l’indicibilità, nasce la sua ossessione per la punteggiatura, gli spazi, i simboli grafici. In Caro vecchio neon, un racconto in cui parla dal punto di vista di un morto, dice che non basterebbero tutte le parole del mondo per descrivere cinque minuti di vita interiore. Nel mio libro ritorno molte volte sul primo capitolo di Infinite Jest dove il protagonista ritiene in sé tutto quello che ha da dire e poi si esprime – dico in Mezzafaccia – con l’equivalente vocale dell’insetto di Kafka ne La metamorfosi.

Wallace, nel tempo futuro e distopico di Mezzafaccia, è un autore diventato ormai classico. A Kafka, a Barker si ispirano alcuni dei miei personaggi. La tragedia di rimanere muti che al contempo è anche un’ambizione.

Si, il silenzio tanto agognato in un questo surplus di parole moderne che ci rende sordi ancor prima che muti.

Faccio mie le parole di AnnaCambi, una zombie del tuo romanzo che in vita era una scrittrice. Nel capitolo a lei riservato dice che dei libri non dovrebbe esserci ermeneutica, cioè un’interpretazione che travalichi il racconto. Trovo la tua prosa meravigliosa e totalmente al servizio della storia. Quando uno dei tuoi zombie perde lucidità, la prosa accompagna la sua confusione mentale facendo saltare i piani narrativi e spezzando quella soglia tra realtà e fantasia, tra realtà e follia, sempre necessaria in una scrittura perturbante. Proust riteneva che lo stile fosse come il colore per il pittore, la voce del nostro mondo narrativo e reale prima del world building alla base della costruzione del romanzo stesso. Ti ritrovi in questa definizione? Come hai lavorato sul tuo stile?

Stile” è una parola martoriata nel novecento letterario, ma la definizione di Proust – da affiancare a quella del suo nemico Celine, secondo cui scrivere e fare frasi è come fare oggetti che funzionano, definizione che paradossalmente ci avvicina anche ad un altro scrittore tacciato di scrivere “male” come Philip K. Dick e per il quale i meccanismi erano importanti – rimane potente.

Io mi sono inizialmente crogiolato nell’idea adolescenziale della scrittura come epifania creativa e della lingua letteraria come ciò che ci differenzia dal non umano, in relazione al quale siamo comunque meno del 3%. Lo stile è come il tiro a basket, dipende dalla “santità della ripetizione” oppure, come diceva Philip Roth, dalla frase girata e rigirata più volte. Lo zombie Luca perde la sua voce, la capacità di farsi comprendere e slitta così in una forma specifica di poesia perché, per quel che mi riguarda, la poesia è l’ultima frontiera per grattare l’indicibilità dal muro dell’indicibile, allontana il limite tra l’urlo e il non detto. Luca, che porta il nome dell’evangelista che tra i quattro fu il più nitido, diventa alla fine più simile all’evangelista Giovanni e il mezzo espressivo si infrange come nell’eloquio di una ragazzo autistico.

C’è una cosa che riguarda noi che siamo qui a conversare e Proust: quella cosa che Francesco Orlando chiamava estasi metacronica. Proust e Joyce sono citati per le epifanie, i momenti in cui escono dal tempo e sono nella pura esperienza. Io ho cercato qualcosa di simile in campo pedagogico. Prima della scuola e del dottorato di ricerca, mi sono occupato di disagio psichiatrico e ho conosciuto un ragazzo, trasfigurato nel romanzo come “il Bastardo” perché agitava il braccio e colpiva sempre dove agli uomini fa più male. In lui ho visto davvero l’estasi metacronica perché si guardava la mano e immaginavo che non la vedesse nel tempo, ma che la infilasse nello spazio-tempo. Nel romanzo scrivo che le cose non smettono mai di accadere: il tempo è come una prospettiva, dipende dal punto di vista. Sospetto, senza conforto scientifico, che questa sia una verità neurologica. Andando molto a fondo nella coscienza il tempo è diverso e Freud diceva che l’inconscio non conosce il Tempo. Se la frase fosse una macchina, avrebbe per motore il verbo e il verbo esprime un tempo in cui si verifica un’azione. È in questo che è interessante lavorare con lo stile: come fare qualcosa di completamente acronico che sia anche il racconto di una storia e che sia contemporaneamente avventura, perché per i miei personaggi scoprire come andare fuori dal tempo è un’avventura, ciò che accomuna i vivi e i morti. Senza mistica, dando alla pagina quella forza empatica che ci faccia sentire come ciò che sta accadendo non smetta mai di accadere. Riguarda anche le cose semplici, come un bacio.

Io starei ad ascoltarti per ore, ma – per stringere – salto sugli interrogativi che avevo a proposito di una fiaba antica che tu postmodernamente inserisci in Mezzafaccia (la rana e lo scorpione) e che è diventata un riferimento anche nei videogames più in voga. Passo quindi a tre domande light e a chiudere l’intervista, lasciando al video su YouTube parte dei contenuti: dacci un consiglio di lettura!

Magellano di Stefan Zweig.

Dacci un consiglio di scrittura!

Scrivete solo sull’urgenza o vi metterete nei guai. Scrivere consente una parola antinormativa perché nelle nostre storie può succedere di tutto. Ho studiato tanto Moresco, al quale non assomiglio e che difficilmente può fare scuola, ma ciò che insegna è sicuramente il coraggio di essere e dire quello che vuoi. La continuità esistenziale che porta la scrittura sta nello spazio mentale potenzialmente condivisibile con altri e in cui puoi essere veramente libero. Il consiglio è fare sul serio dopo essersi accertati che davvero non si possa fare a meno di scrivere.

In Travesti di Mircea Cartarescu il protagonista si immagina come un futuro scrittore e sogna una stanza sporca in cui ci sono centinaia di libri da leggere in un anno e in cui scrivere un romanzo sul Tutto. Ti vedevi così?

Avevo una bulimia di cose da raccontare e ho faticato tantissimo per evitare di scrivere sul Tutto. Riuscire a ritagliare dei frattali, dei pezzi geometrici, che ricalchino il Tutto è stato fondamentale: sezionare, scegliere, trascendere nel flusso demonico dell’accadere cosa raccontare è stato il mio lavoro principale. Non sono riuscito a immaginarmi come scrittore perché già scrivevo. Mezzafaccia l’ho scritto a grandi linee in pochi giorni dopo averlo sognato, in una stanza che solo dopo si è sporcata di lavoro.

Progetti per il futuro?

Sto scrivendo con la pittrice Susanna Barsotti un libro che si occupa di neurodivergenza perché è neurodivergente tutta l’esperienza umana. Ci sarà uno spin-off di Mezzafaccia che dovrebbe intitolarsi Chiara e un ulteriore romanzo a chiudere, con Mezzafaccia e L’istrice, la trilogia sull’autismo.

Miriam Corongiu

Scrittrice. Fondatrice de "L'Orto Conviviale".
In questi giorni, mentre voi leggete “inKantata” magari accanto ad un buon caffè nero, scrivo un romanzo e altre storie, faccio la contadina, mi prendo cura della mia famiglia e, sopra ogni cosa, continuo a sognare forte.

Articolo precedente

Editoriale del numero Tre

Next Story

E sono mille papaveri rossi…