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Francesca Faedi (Pesaro, Bologna, Toulouse, Warwick, Leicester, Belfast, Isole Canarie, Sud Africa, Cile, Catania…Universo)


Sono nata a Pesaro in una famiglia che una volta si poteva definire medio borghese; mio padre era rappresentante di mobili in Puglia ed era sempre fuori anche se molto presente mentre mia madre lavorava in banca. Mi iscrissero alla scuola elementare dalle suore che incisero molto sulla mia formazione per i classici rigidi metodi educativi: volavano schiaffi e umiliazioni.
Mia nonna è stata la mia ispirazione in quanto era una donna che è sempre andata controcorrente: ha avuto la prima figlia a trentacinque anni dopo essersi sposata tardi per l’epoca, a trent’anni, con un uomo che aveva già due figlie da un primo matrimonio. Anche se ho perso mia nonna che avevo solo cinque anni e mezzo, ricordo che mi parlava di cose più grandi della mia età, mi incentivava ad andare oltre a guardare bene le cose; in particolare conservava le pietre e mi aveva regalato un microscopio. Anche io nella vita ho sviluppato uno spirito di rivolta, il classico atteggiamento da ‘bastian contrario’ che mi ha dato la forza di percorrere una strada difficile ma con il quale mi sono dovuta confrontare per capire dove venissero i miei problemi nelle mie relazioni con l’autorità.
Nei primi mesi della scuola media scontai timidezza ed esitazione acquisite dalle suore: ero diventata riservata ed esitante. Mi sorprendo ancora oggi a seguire dei gesti imposti a scuola: a volte ho il riflesso automatico di sedermi tenendo le mani dietro la schiena o di infilare la sciarpa nelle maniche, ecc. Studiavo come una matta ma esitavo per paura di sbagliare a farmi interrogare tanto che, alla fine della terza media, i professori sconsigliarono fortemente i miei genitori di iscrivermi ad un liceo o persino all’istituto tecnico per ragionieri. Fu così che, per fiera rivolta, mi iscrissi proprio al liceo scientifico. Per la scelta degli studi universitari invece esitavo tra la psicologia, le lingue e la fisica. Mi ha sempre interessato capire il pensiero degli altri, sapere da dove nasce e come interpretarlo; inoltro imparo facilmente le lingue. Poi però mi sono detta che studiando fisica avrei potuto sempre imparare le lingue e viaggiare dandomi la possibilità di incontrare gli altri, capirli e confrontarmi con altre culture. Insomma ho scelto di vivere in una miscela di queste discipline, privilegiando l’astrofisica, sempre con il naso all’insù verso l’Universo.
Francesca prosegue quindi gli studi laureandosi in Fisica ma, racconta, sempre incontrando ostacoli che affronta pretendendo che i suoi diritti vengano rispettati:
Decisi di cambiare università da Bologna a Torvergata a Roma perché gli esami erano semestrali e non annuali. Io sono una procrastinatrice ed ho capito che rendo di più con lo stress della scadenza quindi preferivo avere i semestri. Per un problema burocratico non volevano convalidarmi un esame e non si trovava una soluzione finché sono andata dal capo del dipartimento pretendendo di risolvere il caso perché stavo rischiando di non potermi laureare. In seguito ho avuto poi anche problemi con il supervisore del mio dottorato perché non si interessava affatto al mio lavoro. Ho sofferto molto finché, anche parlando con altre persone, ho capito che dovevo prendere in mano la mia tesi da sola ed andare avanti credendo nel lavoro che stavo portando avanti. Ho però cominciato a riflettere che le difficoltà che riscontravo sempre con l’autorità con cui dovevo interfacciarmi- ed erano sempre tutti uomini- dipendeva anche dal mio atteggiamento, simile a quello maschile, di pretesa del rispetto dei miei diritti, un comportamento all’apparenza intransigente. Ho sempre pensato di non dover mai chiedere supplicando qualcosa che è un mio diritto, ma anzi pretendo che venga rispettato andando avanti per la mia strada. Ancora oggi quando vedo che il mio capo-progetto ha cambiato il titolo di un talk che ho preparato per un convegno (senza notificarmelo), mi arrabbio. Crescendo ho capito che il fatto di non stare zitta, di non sottomettermi, ma denunciare certi comportamenti infastidisce; mi sono scontrata principalmente con uomini perché nel mio settore, costituiscono la quasi totalità; sono professori universitari o capi progetto che occupano posti di potere. Per fortuna ne ho anche incontrati tanti che sono diventati mentori ed amici.
Dopo la laurea Francesca inizia i suoi viaggi di studio e lavoro. Ottiene una borsa Leonardo da Vinci FP7 (bandita dalla Regione Marche) spesa in Francia a Tolosa lavorando presso il CESR (Centre d’Etude Spatiale des Rayonnement) il cui presidente all’epoca era il professor Giovanni Bignami. Grazie ad una borsa di studio dell’Università di Bologna frequenta un Master in Planetologia, Astrofisica e Scienze dello Spazio all’Université de Toulouse III Paul Sabatier. Ottenuto il master lavora con Nanni (così si faceva chiamare Bignami sottolinea Francesca) ed alla professoressa Patrizia Caraveo, autrice tra l’altro del saggio: Uomini e donne: stessi diritti? (Roma, Castelvecchi, 2017):
Giovanni Bignami era molto esigente ma includente. Tornata a casa ho partecipato e vinto la selezione per la borsa di dottorato Marie Curie per una ricerca sugli esopianeti presso l’Unversity of Leicester in UK. Dopo la presentazione della tesi, che in Inghilterra è una ‘discussion’ che dura più di tre ore durante la quale le domande estremamente puntuali e specifiche piovono a raffica, ho ottenuto il dottorato con i complimenti di tutti. Per me sono state le tre ore più piacevoli della mia vita.
Dopo questo successo, Francesca inizia a lavorare per un progetto di ricerca per il quale era stata selezionata anche per la sua integrità scientifica e il suo parlare franco: Mi chiesero cosa pensassi del progetto di lancio del satellite Keplero della NASA che tutti esaltavano. Io però avevo fatto un’analisi dei dati ed avevo rilevato potenziali problemi nelle osservazioni e li esposi francamente. La commissione, colpita dall’originalità della risposta basata su dati scientifici precisi, mi ha subito comunicato che avrei potuto far parte del gruppo di ricerca alla Queen’s University Belfast così mi sono trasferita a luglio del 2009 e fin da ottobre il capo mi affidò incarichi di responsabilità. D’altra parte in Inghilterra, a differenza dell’Italia dove i professori accentrano gli incarichi, i docenti universitari sono oberati di lavoro amministrativo e di ricerca dei fondi e tendono a delegare ai giovani ricercatori tutta la parte operativa dei progetti. Io coordinavo quindi tutta la campagna osservativa del progetto WASP (Wide Angle Search for Planets) che includeva otto/nove universita’ in UK piu’ gruppi di ricerca stranieri. Ho avuto la possibilità di lavorare con gli attori principali del campo degli esopianeti a livello mondiale tra cui il premio Nobel alla Fisica 2019 prof. Didier Queloz; redigevo progetti in varie lingue e presentavo i risultati a conferenze e convegni internazionali. Insomma sono stati anni molto intensi in cui sono entrata nel vortice e nel cuore del lavoro: il mio capo mi ha dato fiducia completa e l’opportunità di diventare la ricercatrice che sono adesso. Vincevo i bandi per i fondi di ricerca, viaggiavo e non mancavo mai una ‘deadline’ anche lavorando fino alle quattro di mattina: ho imparato così che potevo spingermi oltre quelli che credevo i miei limiti. Mentre mi misuravo con scadenze, difficoltà e una grande mole di lavoro, potevo assumere alte responsabilità reggendo bene lo stress.
Il racconto di Francesca diventa più intimo, trapela infatti un grande dolore che, percepisco non essere dato solo dal rimpianto di non aver scelto di proseguire la carriera in Inghilterra. Con la stessa forza e determinazione con cui parla dei successi e delle battaglie condotte nella sua carriera, affronta l’indicibile: la perdita di un figlio da parte di un genitore. Mentre lavorava in Inghilterra Francesca ed il suo compagno di sempre desiderano coronare il sogno di diventare genitori ma la piccola Clio non viene monitorata e, a causa di un embolo nel cordone ombelicale, muore alla trentottesimasettimana di gravidanza. Francesca partorisce con il dolore di chi non potrà ricevere in grembo la sua bambina ed uscirà dall’ospedale con il kit di supporto previsto per le mamme che come lei tornano a casa solo con una foto e un Teddy Bear offerto dall’associazione SANDS:
Ho la foto di Clio insieme a quella degli altri due miei figli perché anche lei fa parte della nostra vita familiare. Nessun dolore rispetto alla morte si supera mai veramente; la differenza è che quando si perde una persona cara si ha un vissuto da ricordare mentre quando muore un figlio si perde il futuro. La mia vita è divisa in due segmenti: quello fino al 19 ottobre 2013 e quello dopo; non passa giorno senza che non pensi a quel giorno e a mia figlia. Ho partecipato ai gruppi di ascolto/supporto dell’associazione finché ho potuto: a volte è una lama a doppio taglio perché da una parte è una sofferenza che si rinnova, ma dall’altra si condivide il dolore con persone che lo hanno vissuto e non è la stessa cosa che parlare con chi non sa, anche se sono gli amici più cari. L’associazione prepara delle ‘memory box’ che vengono consegnata ai genitori; può contenere delle foto (l’ospedale ha dei fotografi ad hoc), una poesia, una frase, una copertina fatta a mano e se si vuole dei capelli del neonato e un orsacchiotto; tutto aiuta a ricordare ed a dare il segno concreto del bambino perso. Anche io ho preparato tante copertine per l’associazione che ha una rete molto efficace nel Regno Unito (in Italia esiste Ciao Lapo ma è ugualmente diffusa).
Dopo questa drammatica esperienza, Francesca ed il suo compagno decidono nel 2013 che daranno alla luce il loro secondo figlio (ne seguirà poi un terzo) in Italia. È critica Francesca sul sistema sanitario pubblico inglese che preclude l’accesso alla medicina e a volte, basandosi solo su statistiche, tralascia esami ed interventi specialistici.
Nel 2017 Francesca coglie un’occasione presso l’osservatorio astrofisico di Catania, grazie alla dottoressa Isabella Pagano (ora direttrice), per tornare in Italia e viaggia tra Pesaro e la Sicilia cercando di conciliare gli impegni di lavoro e le esigenze di un bambino piccolo che portava sempre con sé negli spostamenti. Alla nascita del suo secondo figlio ed alla fine del contratto si rende conto di non poter più continuare ad assicurare la sua presenza regolarmente e intensifica la sua attività di divulgatrice scientifica già iniziata in Inghilterra. Instancabile, organizza eventi e giornate dedicate alla divulgazione, riceve premi come quello della Valle d’Aosta sulla resilienza: quando sono andata a ritirare il premio, pensavo di non meritarlo in confronto alle altre due donne che lo ricevevano con me: una donna della Mauritania che ha dedicato la vita a combattere i matrimoni precoci e l’altra, con una storia di lotta all’HIV, che lavora con la comunità di don Gaudiano aiutando donne ed bambini in questa condizione. Ma poi è arrivato nel 2019 il premio del Presidente Mattarella e sono stata davvero orgogliosa. Mi ha conferito personalmente l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per la divulgazione e l’impegno nel promuovere l’inclusione delle donne nelle STEM.
Quando sono tornata in Italia non è stato facile né per la carriera né per l’integrazione: anche se sembra strano, a volte ci si sente stranieri nel proprio Paese o nella propria città natale. Non è facile neanche rientrare sempre in sintonia con i miei amici di prima perché tutte le esperienze che ho fatto all’estero mi hanno cambiata. Riesco più facilmente ad interagire con gli stranieri che vivono qui perché abbiamo un background simile; io so cosa vuole dire imparare la lingua del Paese dove vivi, capire come funziona la burocrazia e l’amministrazione, la vita quotidiana, lo sforzo per assimilare la cultura locale. Se non si è vissuto tutto questo, difficilmente si comprende realmente la vita di chi si trasferisce in un nuovo Paese lasciando amici, famiglia, terra d’origine, lingua.
Ci sono due modi di viaggiare: quello per piacere o anche per lavoro ma sapendo che comunque è uno spostamento temporaneo e l’altro che intraprendi per trasferirti e questo è il più difficile. Tra noi ricercatori all’estero sorridiamo del mito dei cervelli in fuga; la realtà per la maggior parte delle persone non ha niente a che vedere con la mitologia: quando vai all’estero sei tu lo straniero, l’emigrato, la persona che non ha i documenti. In Europa siamo ancora molto fortunati; quando in Inghilterra collaboravo con una collega postdoc messicana vedevo quanto fosse complicato per lei anche partecipare ad una conferenza internazionale: doveva dimostrare di avere una somma consistente sul conto, avere l’accettazione dell’invito, il permesso di ingresso, insomma una serie infinite di limitazioni agli spostamenti. Viaggiare per trasferirsi anche un tempo limitato ma abbastanza lungo richiede una grande capacità di adattamento, uno sforzo notevole di integrazione da parte del viaggiatore che deve riuscire a mantenere la proprio identità pur comprendendo ed assimilando quella del Paese ospite. Vuol dire essere aperti ed amare condividere con gli altri, essere empatici, pronti ad esperienze nuove, diverse. In dodici anni che ho vissuto in Inghilterra ho visto diversi italiani e anche spagnoli lamentarsi e deprimersi soprattutto relativamente al clima e al cibo; sinceramente vivere all’estero pensando di essere come a casa è molto difficile e li faceva soffrire oltremodo.
Parliamo ancora di viaggi e di scienza, di esopianeti e di essere donna in un mondo ‘al maschile’ e Francesca continua con passione a raccontare perché le piace capire gli altri, il mondo che la circonda ed aiutare soprattutto i giovani a capire.
Io non riesco a stare ferma, senza progetti, quindi, dopo il lavoro all’osservatorio di Catania mi sono presentata al concorso per diventare assegnista di prima fascia ma il giorno in cui dovevo andarmi a presentare per il colloquio orale avevo mio figlio di quattro anni ricoverato in ospedale per una forte febbre e l’altro di otto mesi; non mi sono sentita di lasciarli e così ho perso quell’occasione. Mi sono allora dedicata a fondo alla divulgazione; se una strada mi viene bloccata, ne cerco sempre un’altra; mi impegno in prima persona a rivoltare una situazione negativa in uno sbocco positivo. Parlo spesso con i giovani di questa idea di non arrendersi e neanche illudersi che il mondo della ricerca sia facile, soprattutto per le donne. Spiego loro che la ricerca in astrofisica (ma in genere anche in altre discipline) non si svolge in una torre d’avorio ma è la soluzione quotidiana dei problemi. Quando hai risolto un pezzettino di un problema si va avanti ancora perché non c’è una soluzione definitiva né unica. Sei tu che devi trovare la via migliore, nessuno può darti la strada perché di quello specifico pezzettino di problema che stai portandosolo tu conosci tutti gli aspetti.
Francesca sfata il mito del classico premio Nobel folgorato dall’idea risolutiva o che è geniale da sempre: Nel mondo della ricerca vale di più la capacità di perseverare, di non scoraggiarsi e continuare con insistenza, infinita pazienza ed avere il ‘grit’ ovvero la cosiddetta tigna, come il cane che resta attaccato all’osso fino alla fine. Dico sempre che non basta avere ottimi risultati a scuola, né accontentarsi di saper fare anche benissimo gli esercizi dati; nella ricerca non c’è un modello, né gratificazione immediata. Magari fallisci ogni giorno per anni e molto spesso devi ribaltare il fallimento in qualcosa di utile per altri, perché la ricerca è condivisione di pezzettini di scoperte anche apparentemente insignificanti in un settore specifico. Dai più grandi fallimenti sono nate scoperte importanti.
Ed è con questa attitudine scientifica che Francesca va avanti anche nella vita, ‘attaccata all’osso’ delle sue relazioni importanti, delle ricerche che porta avanti, dello stimolo che vuole dare alle giovani donne (senza illudere né indorare un mondo nel quale il potere maschile è ancora molto forte) ad intraprendere carriere scientifiche, perché la bellezza della scienza non ha genere, conclude Francesca.
P.
