Fotografia e psicoterapia

Quando le parole non bastano, è necessario ricorrere ad altro.

La fotografia è un linguaggio non verbale attraverso il quale è possibile esprimere un’emozione o un vissuto. 

Quando le parole non bastano, è spesso necessario ricorrere a codici diversi e la fotografia si presta a questo scopo. Essa è strumento potente, attraverso il quale l’autore si racconta o parla di sé, del proprio mondo interiore e della visione che ha di ciò che lo circonda. In particolare, utilizza lo stesso linguaggio dei ricordi, perché si esprime attraverso le immagini e può diventare un interessante spunto di riflessione, ma anche strumento di ricerca del sé, di rinforzo dell’identità, riportando alla memoria pensieri ed emozioni del passato. 

Dagli anni Settanta del Novecento nell’ambito dell’Arteterapia si è iniziato a parlare anche di FotoTerapia, ma l’utilizzo della fotografia nell’ambito terapeutico risale a molti anni prima. Il padre della fotografia psichiatrica fu il Dr. Hugh Welch Diamond (1809 –1886), fotoamatore e psichiatra, direttore del Manicomio Femminile di Surrey, iniziò ad usare questo strumento come mezzo di cura, riconoscendone il potenziale ruolo facilitatore nel processo di guarigione e riportando testimonianza di alcuni casi con esito positivo nel trattamento di cura delle sue pazienti. 

Nei tempi più recenti, è uscita dall’ambito puramente psichiatrico ed è diventata una pratica diffusa in campo psicoterapeutico. A sistematizzare le tecniche da mettere in atto in un processo di cura attraverso la Foto-Terapia è stata la psicologa e arte-terapeuta Judy Weise, che scrive: “le fotografie sono orme della nostra mente, specchi delle nostre vite, riflessi del nostro cuore, memorie sospese che possiamo tenere in mano, immobili nel silenzio – se lo volessimo, per sempre. Non solo testimoniano dove siamo stati, ma indicano anche la strada che potremmo forse intraprendere, che ce ne rendiamo già conto oppure no…”.

Nei suoi studi e nell’utilizzo della fotografia terapeutica, la Weise distingue cinque tecniche che trovano il loro uso migliore in diverse combinazioni, rispondendo alle esigenze del cliente e alle preferenze del terapeuta (nota1):

  • Foto che sono state scattate o create dal cliente facendo proprie le immagini di altri. Ognuna di queste immagini contiene segretamente anche delle informazioni su chi l’ha scattata.
  • Foto fatte al cliente da altre persone (sia in posa che in un momento spontaneo). Queste immagini mostrano ai pazienti molti modi diversi in cui gli altri li vedono.
  • Autoritratti. Ogni immagine costituirà un’esplorazione di alcuni lati o aspetti diversi di sé non “contaminata” dall’input di qualcun altro. Dal momento che le problematiche connesse con l’autostima, l’autocoscienza, la sicurezza di sé e l’auto accettazione, costituiscono il nocciolo dei problemi della maggior parte dei pazienti, essere in grado di vedere se stessi, non filtrati dal feed-back degli altri, può avere un effetto molto potente e un grande beneficio terapeutico, offrendo una validazione e una forma di “empowerment”;
  • Album di famiglia. Vedere se stesse all’interno di un “quadro più ampio”, nei loro contesti personali e storici, spesso aiuta le persone a comprendere meglio la loro situazione e i loro sentimenti attuali. Gli album sono una prova dell’esistenza stessa delle persone e permettono alle persone di rivedere (“ri-vedere”) le loro esperienze e le loro relazioni con gli altri;
  • Foto-proiettive. Le persone proiettano sempre un significato sulle fotografie; semplicemente, non c’è altro modo per vederle. È questa qualità che rende le reazioni dei pazienti davanti alle foto degli strumenti di grande utilità per i terapeuti che cercano di aiutarli a capire meglio il mondo che li circonda. In questo senso, quella delle “Foto-proiettive” è da considerarsi più una parte delle altre quattro tecniche che non una tecnica indipendente; essa forma la cornice per tutte le relazioni tra persone e foto.

Attualmente, diversi studi mostrano l’importanza e la validità dello strumento fotografico nel percorso terapeutico di pazienti affetti da disturbi alimentari, disturbi ossessivo-compulsivi, depressione e stati ansiosi. 

L’uso della fotografia nella terapia si distingue in Fototerapia, quando viene utilizzata all’interno della relazione clinica e in Fotografia Terapeutica quando il soggetto la utilizza come strumento di introspezione e crescita personale. Nell’uso della fotografia in ambito terapeutico, la qualità artistica dell’immagine passa in secondo piano, poiché assume importanza, ai fini del suo utilizzo, la capacità di rievocare il simbolico del paziente per aiutarlo a far emergere emozioni e vissuto personale. Ma la fotografia è strumento è potente non solo per chi segue un percorso terapeutico, perché in questo linguaggio chiunque può trovare una risposta. Una fotografia può suscitare emozioni e far proiettare su di sé un significato che può essere difficile da esprimere a parole, può diventare uno spunto per avviare una conversazione o una riflessione. 

Attraverso una fotografia è possibile rivivere il passato, analizzare il presente e proiettarsi nel futuro raccontando emozioni sulla base degli scatti realizzati personalmente o da immagini scelte da altri. La fotografia può essere un riferimento per muoversi nel mondo che ci circonda e che è sempre in contatto con quello intimo e interiore. Ogni oggetto, particolare o dettaglio che attira la nostra attenzione racconta qualcosa di noi, del nostro vissuto e stimola l’immaginazione. Ogni fotografia può diventare una storia da raccontare, uno sguardo da interpretare, una ricerca da cominciare o un ricordo da conservare.

NOTA1: fonte – https://www.istitutopsicoterapie.com/la-fotografia-in-psicoterapia-quando-le-parole-non-bastano/

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