Bracciante in serra
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La lingua degli schiavi

“Importante non è soltanto ciò di cui parliamo, ma anche come e perché decidiamo di parlare”. O di scrivere.

Riflessione breve sulla differenza e il suo linguaggio.


È molto difficile, emotivamente difficile, parlare di caporalato. Perché vuol dire parlare di schiavitù nel tempo presente, quando realtà così aberranti si sperava restassero confinate nel secolo scorso.

La vita per noi bianchi, anche quando siamo ai margini della società, ha vantaggi che non sono riservati alle persone razzializzate e, nonostante lo storytelling sul ritorno in agricoltura, ricamato a dovere con scampoli di poesia e filigrane dorate, il lavoro in campagna rimane perlopiù ancorato allo sfruttamento in nero e in copiose linee di grigio.

Le storie riportate dal sociologo Marco Omizzolo, infiltrato per anni tra i braccianti Sikh dell’Agro Pontino, in opere come Sotto padrone, Per motivi di giustizia, Libere per tutte, potrebbero essere ascritte al horror, se per horror intendiamo quel genere letterario che elabora traumi e rilegge il potere perché gli esseri umani siano in grado di sapere, a livello conscio e inconscio, quali sono i contenuti rimossi dal grande libro della psiche personale e collettiva.

Bracciante in serraI braccianti, pure braccia staccate da un corpo concepito a uso e consumo del padrone, di questo libro non sono personaggi. Non se ne fa nemmeno alcuna vittimologia. Si riserva loro solo un breve incipit ad ogni episodio dell’infinita e poco attenzionata serie crime dal titolo Agromafie: i cadaveri giacciono lì, scoperti al mattino sul ciglio della strada, e – per quanto riguarda gli italiani – lì rimangono, senza che sia interessante la loro morte, né il loro assassino. Poco, pochissimo share.

Tra crime e horror, dunque, il lieto fine pare quasi sempre escluso. E senza un’adeguata rappresentazione mediatica, i nuovi schiavi rischiano di esistere soltanto sotto le serre a 50°, sotto le mani impietose dei caporali, sotto padrone, senza che nessuno, governo compreso, faccia mai qualcosa. Se sono donne, allora l’invisibilità coincide quasi con il non esser mai nate.

Non voglio citare dati, qui. I numeri delle persone migranti in catene sono esorbitanti e disponibili nei rapporti annuali sulle agromafie della Fondazione Placido Rizzotto (click qui:  https://www.fondazionerizzotto.it/ ), il cui lavoro di ricerca coinvolge sindacati, magistrati, studiosi.

Desidero parlare di persone, qui. Perché questo sono, non ologrammi in viaggio per il vasto mondo degli esseri umani. E perché

 è necessario ripensare il linguaggio in funzione del quid oppressivo che ha, troppo di frequente, espresso finora.

Rileggere Bell Hooks, scrittrice, attivista e accademica nera scomparsa nel 2021, è sempre un gran conforto.

Bell Hooks

 Fa sentire meno sole davanti ai cambiamenti sociali che ci vedono sempre più residuali e stanche. Fa in modo che ciascuno di noi si ponga il problema dell’alterità, dei problemi razziali, delle disparità di genere e della forbice reddituale che crea poveri in un parto senza fine.
All’interno di sistemi di potere (…), ci mettiamo dalla parte della mentalità colonizzatrice? Oppure perseveriamo nella resistenza politica a fianco degli oppressi, pronti a offrire il nostro modo di vedere, teorizzare, far cultura? Questa scelta è cruciale”.
Cruciale quanto il linguaggio, sottolinea Hooks.

Marco Omizzolo, nei suoi reportage e nei suoi libri, riferisce che spesso alle persone migranti (persone, lo ripeto) viene impedito di parlare la loro lingua una volta entrate nelle aziende agricole. Nel caso di Mampreet, bracciante indiana la cui storia è riportata in Libere per tutte, si può essere multati per questo e, alla terza multa, rimandati a casa senza paga. Essere privati della lingua è essere privati dell’impalcatura stessa del pensiero e della forma che contiene la sostanza culturale.

Cosa rimane a queste persone? Il silenzio. E non è accettabile. Né il loro, né il nostro.

Il silenzio rende complici, è chiaro, ma a quanto pare ripeterlo senza cambiare la nostra postura a riguardo, senza farcene attraversare e senza praticare la parola (e la parola giusta), non ha nessuna utilità. Qui il non detto non assume valenza poetica alcuna, non è il ponte per l’infinito. È solo emorragia di giustizia e di compassione, un vuoto che può essere colmato dalla denuncia e da un “linguaggio che è anche luogo di lotta” (Elogio del margine, Bell Hooks, nella traduzione di Maria Nadotti, Tamu Edizioni 2020).

Dire e scrivere “persone migranti” o “lavoratori e lavoratrici della terra” in luogo di “braccianti”, perciò, non è l’ennesimo salto carpiato del politically correct, ma il voler ribaltare quella narrazione che vuole gli esseri umani schiacciati sul tratto che li rende altro dalla norma di accettabilità sociale. Che rende schiavi di una cultura profondamente razzista loro e noi, come se davvero ci fosse un “loro” e un “noi” a questo mondo se non nella contemperanza partecipativa di tutte le alterità.

Berta CaceresSi parla tanto di biodiversità e lo si fa perlopiù attraverso un clamoroso e fuorviante cherry picking: non è solo la compresenza delle forme di vita più disparate, è l’equilibrio fra tutte loro. È l’armonia nel gentillal di gente, per dirla alla Berta Caceres, nella folla di genti (e di specie) che è il pianeta Terra. Non si può silenziarne una senza che il linguaggio dell’altra non ne resti prosciugato e quando neghiamo loro il dono del nome, della parola giusta, neghiamo loro lo status stesso di esseri umani. Una definizione non può contenere un universo, ma può spianare la strada per comprenderlo.

So bene di non essere in grado di esaurire nel breve spazio di un articolo la riflessione sul tema. Molte altre e molti altri hanno detto meglio di me.

Sento ancora, però, di voler affermare un’ultima cosa perché anche io ho diritto alla mia voce: smettiamola di parlare solo (e male) di differenza senza ragionare sulle motivazioni profonde che istituiscono la categoria della differenza.

“Importante non è soltanto ciò di cui parliamo, ma anche come e perché decidiamo di parlare”. O di scrivere.

Miriam Corongiu

Scrittrice. Fondatrice de "L'Orto Conviviale".
In questi giorni, mentre voi leggete “inKantata” magari accanto ad un buon caffè nero, scrivo un romanzo e altre storie, faccio la contadina, mi prendo cura della mia famiglia e, sopra ogni cosa, continuo a sognare forte.

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InKantarsi davanti all’alfabeto: Alberto Manzi