PENELOPE, ATWOOD, LOTTO MARZO

Il corpo delle donne è strumento di sottomissione. Per penetrare l’indifferenza alla violazione sistemica dei nostri corpi, servono tutte le frecce che abbiamo in faretra.

Si. LOTTO marzo. Non è un errore ortografico. È la prospettiva ribelle con cui dovremmo risignificare quella che, infelicemente, viene chiamata Festa e che invece è una giornata dedicata alla memoria delle donne morte sui luoghi di lavoro e ai diritti negati, specie nei luoghi di tutte le guerre.

A partire da quella di Troia. A farlo è Margareth Atwood (la grande scrittrice canadese nota ai più per “Il racconto dell’ancella”), in “Il canto di Penelope” (2005): un testo agile, dalla lingua piana e priva di inutili convoluzioni, che procede schietto attraverso il tema della letteratura vista dal gender.

La ciociara – Film 1960

Dopo il proliferare millenario di racconti su Odisseo, Atwood apre le danze del retelling mitologico dando voce a chi ne è stata privata: a Penelope, la donna concepita solo come ombra dell’eroe, crocefissa sui suoi doveri di moglie e madre, simbolo della compostezza a cui siamo costrette da un’educazione che comprime i nostri corpi nel modello angelico delle relazioni di cura.

A differenza de “Il racconto dell’ancella”, agghiacciante distopia mescolata al fiele della preconizzazione del futuro, Atwood qui rilegge non solo il tempo passato, ma la struttura della tragedia greca, alternando la narrazione soggettiva di Penelope a quella delle dodici ancelle impiccate da Ulisse a valle della strage dei Proci e, nella visione di Atwood, protagoniste dei cori, cioè degli intermezzi poetici che sono sphraghis (sigillo di riconoscimento) della tragedia classica.
Mi sembra una scelta di campo. L’Iliade e l’Odissea, poemi epici databili intorno al XI – VIII secolo a.C., raccontano le gesta eroiche del Pelide Achille e del Multiforme Odisseo. Le opere tragiche del VI e V secolo, specie quelle euripidee, al contrario esplorano gli effetti sociali dei grandi conflitti puntando lo sguardo su chi, di quei conflitti, subiva gli esiti nella subalternità. 

E’ Atwood stessa a non farne mistero. Basta leggere il capitolo 24 (Entra il coro. Una lezione di antropologia) per comprendere a chiare lettere quanto siano importanti gli studi di genere nel ribaltamento di tutte le narrazioni. E quanto quegli studi di genere, o i posizionamenti soggettivi come il femminismo, continuino a essere percepiti come la scienza o la cultura delle merendine da una platea che si ferma al sentito dire.

Torniamo sulle guerre. Su quelle contemporanee.
Assistiamo impotenti, in questi mesi, al reiterarsi di una crudeltà inaudita in Palestina e in Ucraina. Senza contare quelle stesse brutalità che, perpetrate ad altre latitudini come in Afghanistan, non riescono a bucare il dibattito politico internazionale.

Passa sempre in secondo piano lo stupro come strategia militare, strumento di sottomissione e specifica umiliazione del genere femminile. Eppure, è opinione di molti studiosi e studiose che ormai il corpo delle donne, dopo essere stato bottino bellico, sia diventato il vero luogo della guerra. Siamo ancora il campo di battaglia sul quale si disputa il potere e ognuno si fa le sue ragioni.
Dove sono, inoltre, gli stupri, silenziati e oscuri, che si verificano sulle rotte migratorie, nei centri di detenzione, nelle campagne, in tutte le vie delle nostre città, in ambito domestico, sul lavoro? “Quanto a lungo dovremo cantare questa canzone?” Quale l’atteggiamento della letteratura di fronte a questi temi?

Atwood sceglie – ed è una scelta politica, prima ancora che letteraria – di prendere parte, di prendere parola. È l’antipodo di ciò che fu imposto a Penelope, resa viva e presente dalla voce che ritrova nel romanzo, la voce che le fu tolta da una narrazione esclusivamente maschile della storia e, quindi, del mito.
La piccola rivoluzione di Atwood, però, non si ferma al riscatto del corpo di Penelope. Che rimane pur sempre una regina.
Le ancelle, le ultime, le emarginate, le schiave. Atwood assume ancora una volta il punto di vista delle ancelle. Sfruttate, stuprate e impiccate, ne rivive la tragedia attraverso una rottura postmoderna degli schemi narrativi spesso orientati all’ironia. Lo fa perché “stupri e omicidi non sono soggetti gradevoli” e perché, per penetrare l’indifferenza alla violazione sistemica dei nostri corpi, servono tutte le frecce che abbiamo in faretra.

A chi fa resistenza, a chi svaluta il sapere di genere, a chi disconosce che la moderna cultura occidentale nasca dalla sottomissione delle donne e dalla sovrapposizione tra la figura di dio e quella di padre, Atwood risponde con grande chiarezza: “No signore, noi neghiamo che la nostra tesi sia soltanto un’infondata sciocchezza femminista”.
La storia si è fatta relegandoci nell’ombra. La letteratura può avere il potere di tirarcene fuori. La parola non serve forse a dare luce o a rimasticare l’inconscio?
E nell’inconscio si rappresentano i traumi. Quelli che le donne di tutto il mondo, specie le emarginate, ancora rivivono come eterno presente.

Per tutte le donne stuprate e uccise si leva il canto di Penelope. E soprattutto, la voce delle ancelle portata dal vento dell’Est contemporaneo.

 

NOTA – per approfondire: Dentro l’orrore bellico: lo stupro è la guerra patriarcale contro le donne
https://www.micromega.net/stupro-guerra-patriarcale/

Miriam Corongiu

Scrittrice. Fondatrice de "L'Orto Conviviale".
In questi giorni, mentre voi leggete “inKantata” magari accanto ad un buon caffè nero, scrivo un romanzo e altre storie, faccio la contadina, mi prendo cura della mia famiglia e, sopra ogni cosa, continuo a sognare forte.

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